Nell'immensa città mia, la notte di Gabriella Stanchina è in libreria. Abbiamo intervistato l'autrice

Gabriella_StanchinaNell'immensa città mia, la notte è il romanzo di Gabriella Stanchina, in tutte le librerie. Il romanzo è ambientato in una clinica circondata dalla campagna. In questo microcosmo raccolto intorno a un giardino, l’autrice, ricoverata per una grave forma di depressione, racconta in prima persona il percorso che dall’inferno della malattia la conduce verso l’inaspettata salvezza, restituendole una comprensione nuova del mistero della vita.
Abbiamo incontrato Gabriella Stanchina per una piacevole conversazione sul suo romanzo.

D. Nell'immensa città mia, la notte può essere considerato un romanzo autobiografico?
R. Da un certo punto di vista lo è, perché la materia di cui è costruito sono le memorie, gli incontri, l’esperienza viva e bruciante di una stagione della mia vita. Ma questa materia magmatica e incandescente non sarebbe stata afferrabile se la poesia, i libri, la bellezza che mi hanno tenuta in vita non mi avessero donato un linguaggio per distanziarmi, custodire la luce nascosta nelle cose e nei volti, dare a quella che era la mia personale risalita dalla notte un valore universale.

copertina Nella immensa città mia sitoD. In quale momento della tua esistenza hai sentito il bisogno di raccontare quanto descritto nel tuo libro?
R. Ho dovuto attendere alcuni anni dopo la mia guarigione perché le parole per dire ciò che avevo attraversato cominciassero a fluire. Nel lungo periodo di buio della mia depressione ci sono stati sogni portatori di luce, come quello, narrato nel libro, della città notturna dopo la scomparsa dell’uomo, riflessioni, parole scambiate, illuminazioni inattese, ma tutto questo richiedeva di attraversare questo periodo di silenzio, di dimorare in questa crisalide di silenzio, per trovare la propria nuda essenza, maturare lentamente e scoprirsi capace di volare. Portare tutto questo alla parola ha avuto un valore terapeutico per me, ma nello scrivere il romanzo ho cercato di limare questo aspetto soggettivo, di includere altre voci, di lavorare molto sul linguaggio perché alla fine altre persone potessero riconoscersi in questo percorso di rinascita e trovare un significato più vasto e più vero al proprio dolore.

D. Perché hai deciso di raccontare l'esperienza della depressione che ti ha colpita e del ricovero in clinica?
R. Per aiutare chi soffre di questa malattia, ed è un numero sempre crescente di persone, a trovare le parole e le immagini per esprimere il proprio mondo interiore, e per chi sta loro vicino e viene a contatto con questa malattia come familiare o amico, per afferrare e intuire più lucidamente e profondamente ciò che accade nella mente di una persona malata. La depressione purtroppo è una malattia che spesso conduce al silenzio e alla sensazione frustrante dell’inutilità dei propri sforzi e dell’incomunicabilità del proprio vissuto. Questo libro vuole essere una porta socchiusa su questo muto giardino interiore.

D. Come sei cambiata dopo questa esperienza?
R. Credo di essere cambiata profondamente ma allo stesso tempo di essere ritornata alla mia essenza e di avere ritrovato il significato più vero del mio cammino. In questi anni dopo la malattia ho impresso dei cambiamenti radicali alla mia vita: ho ripreso la strada della ricerca accademica e per farlo ho dovuto trasferirmi all’altro capo del mondo, in Cina. È servita molta forza interiore e molto adattamento, ma credo che gli anni del buio mi  abbiano forgiato, aprendo strade inattese e dandomi la dedizione per attraversarle.

D. Nel romanzo le tue vicende personali si collegano a quelle vissute da altri pazienti ricoverati nella stessa clinica, quale vicenda o personaggio del tuo racconto ti ha colpito particolarmente?
R. Il personaggio di Marco ha un ruolo centrale nel libro, perché con lui ho avvertito la massima prossimità e intimità dell’anima e allo stesso tempo il massimo pericolo di inabissarsi senza ritorno. Anche l’incontro con colui che nel libro è chiamato “il Ragazzo che si lava le mani” è per me una memoria affilata ma preziosa, che cerco di custodire e restituire nella sua ossessione e nel suo mistero.

D. Qual è stato l'esordio della tua malattia, quale il momento peggiore e quando hai capito che probabilmente stavi guarendo?
R. L’esordio, come narrato nel libro, è stato molto precoce e ha segnato l’ultima estate della mia infanzia. La malattia poi è cresciuta con me, quotidianamente ho combattuto questo corpo a corpo con la mia ombra, cercando di preservare ciò che mi era più caro, lo studio, i libri, la scrittura, e il momento peggiore è stato quello in cui anche questa ultima cittadella assediata nella mia anima si è dovuta arrendere alla notte. La guarigione si è annunciata mentre ero in clinica, attraverso un colore, il verde, anzi le infinite sfumature di verde della collina su cui si affacciava la mia stanza. È stato un momento di stupore indicibile quando ho sentito quel verde inondarmi e vibrare sulla mia pelle, perché durante i lunghi anni della depressione era come se il mondo fosse spogliato di ogni consistenza e colore. Lo vedevo con gli occhi, ma nel mio cuore era un’informe estensione di grigio.

D. C'è molta sofferenza nel tuo racconto, come sei riuscita a raccontare il travaglio di questa terribile malattia?
R. C’è sofferenza, è vero, ma erosa, raffinata, scolpita con tutti gli strumenti che il pensiero e il linguaggio restituitimi dalla guarigione mi mettevano a disposizione. Nel romanzo ci sono sogni di paesaggi innevati di una purezza perfetta, città enigmatiche e rifulgenti, squarci di luce che ho voluto brillassero come stelle sul velluto buio della notte. Ci sono mani, volti, storie trattenute con delicatezza e rispetto, che non saranno dimenticate. E la meraviglia della vita, questa fragile fortezza di sabbia eretta contro il deserto, e che gli esseri umani non smetteranno mai di perdere e di ricostruire.

D. Nel romanzo parli di un sogno ricorrente che ha accompagnato tutta la malattia fino alla guarigione. Qual è il significato del sogno?
R. Il sogno è appunto quello della città, avveniristica e perfetta ma totalmente deserta, un luogo privo di dolore da attraversare in solitudine, pensato forse per degli angeli. Da un certo punto di vista è una cartografia dell’anima e della purezza perduta dell’infanzia, un luogo non usurato e devastato dalla fatica e dal travaglio mentale della malattia. Questo luogo, alla fine del romanzo, subisce una trasformazione, forse l’annuncio che quella dimensione di bellezza e di stupore è ritornata abitabile, si è riconciliata con l’umano e con la vita.

 

"Ero felice, l’estate in cui il mondo finì. Avevo undici anni e trascorrevo le vacanze nella casa di campagna che nella memoria sarebbe rimasta il mio paradiso d’infanzia. Il paradiso aveva un lato d’ombra e uno di luce. Del regno dell’ombra ricordo la vasta cavità del fienile, un grembo odoroso che sapeva di erbe essiccate, il soffitto a capriate che si smarriva nel buio, come la volta di una cattedrale. Ripercorro l’impiantito di travi scricchiolanti, mi rifugio nella nicchia tra le casse di vecchi libri dove trascorrevo i pomeriggi leggendo avidamente, i bordi giallastri delle pagine che si sfarinavano sotto le dita come tele di ragno. Nell’ombra si incuneavano anche le gabbie dei conigli. Un raspare furtivo, occhi lucenti nel buio, acre odore di cattività e paura. Il pilastro di cemento del fienile proiettava a terra la sua ombra, e a custodia di quella meridiana dormiva un vecchio cane, i denti gialli digrignati nel sonno".

 

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